Sei efficiente… ma sei felice?

La domanda che rimandi sempre

Per anni ho pensato che stare bene significasse riuscire a gestire tutto.

Se le cose funzionavano, allora andava bene.
Se rispettavo le scadenze, se riuscivo a essere presente per gli altri, se il lavoro andava avanti, se la casa non crollava nel caos assoluto e se, nel frattempo, ricordavo pure i compleanni senza bisogno del promemoria… allora potevo tranquillamente dire che sì, tutto sommato stavo bene.

O almeno così sembrava.

Perché il problema è che molte donne diventano bravissime a funzionare.

Talmente brave che nessuno si accorge quando iniziano lentamente a spegnersi.
A volte nemmeno loro.

E questa cosa non succede dall’oggi al domani. Non c’è un momento preciso in cui ti siedi e dici “ecco, da oggi non mi sento più felice”. È molto più sottile.

Succede quando inizi a vivere giornate pienissime senza riuscire a ricordare davvero cosa hai sentito dentro quelle giornate.
Succede quando sei sempre impegnata ma raramente davvero presente.
Succede quando la tua vita è piena di cose da fare ma sempre più vuota di spazio per te.

Io me ne sono accorta in un periodo in cui, oggettivamente, stavo facendo tantissimo.

Lavoravo.
Gestivo responsabilità.
Portavo avanti progetti.
Mi occupavo di mille cose contemporaneamente con quella che dall’esterno sembrava anche una discreta efficienza.

E in effetti funzionavo.

Solo che a un certo punto ho iniziato a farmi una domanda un po’ scomoda.

Sì, ma sono felice?

E la cosa che mi ha colpita di più è stata accorgermi di quanto mi venisse spontaneo rispondere parlando di ciò che facevo, non di ciò che sentivo.

Come se il valore della mia vita dipendesse automaticamente da quanto riuscivo a gestire bene tutto il resto.

È una dinamica molto più comune di quanto sembri, soprattutto per quelle donne che sono cresciute imparando che essere affidabili, disponibili e forti fosse quasi una forma di identità.

Quelle che difficilmente chiedono aiuto.
Quelle che “figurati, faccio io”.
Quelle che si sentono in colpa anche solo all’idea di rallentare un po’.

E allora si va avanti così.

Si funziona.

Che poi, diciamolo, “funzionare” è una parola tristissima se ci pensi troppo 😄

Funzionano le stampanti.
Funzionano i computer.
Funzionano i sistemi operativi quando non decidono di aggiornarsi nel momento peggiore possibile.

Le persone dovrebbero anche sentirsi vive ogni tanto.

E invece tante donne vivono per anni in una modalità che assomiglia più alla sopravvivenza organizzata che a una vita davvero abitata.

Con le giornate talmente piene da non lasciare spazio nemmeno a una domanda semplice:
“come sto davvero?”

Non “quanto ho fatto”.
Non “quanto sono stata produttiva”.
Proprio: come sto.

Negli ultimi anni si parla sempre di più di benessere psicologico e qualità della vita non solo come assenza di problemi evidenti, ma come presenza di equilibrio, soddisfazione e spazio personale. Anche Ministero della Salute sottolinea quanto il benessere mentale faccia parte della salute complessiva e della qualità della vita quotidiana.

Eppure moltissime donne aspettano di stare malissimo prima di autorizzarsi a fermarsi.

Aspettano il crollo.
La saturazione totale.
Il momento in cui il corpo o la testa dicono “basta” in modo abbastanza forte da non poter più essere ignorato.

Come se la stanchezza normale non fosse già un messaggio sufficiente.

Io questa cosa la vedo continuamente.

Donne che fanno tantissimo, che reggono tutto, che sembrano avere una forza incredibile… ma che non si ricordano più cosa le fa stare bene davvero.

E non perché siano superficiali o distratte.

Semplicemente perché per anni si sono allenate a mettere il proprio sentire dopo tutto il resto.

Prima le cose urgenti.
Poi il lavoro.
Poi la famiglia.
Poi le responsabilità.
Poi le necessità degli altri.
Poi magari anche il gatto che ti guarda scandalizzato perché la sua cena è in ritardo di sette minuti netti.

E tu?

Tu arrivi quando avanza spazio.

Che tradotto nella vita reale significa: quasi mai.

A un certo punto però questa modalità presenta il conto.

Non sempre in modo drammatico.
A volte semplicemente sotto forma di una sensazione continua di scollegamento.

Come se stessi attraversando le tue giornate senza abitarle davvero.

Ed è lì che la domanda cambia.

Non più:
“come faccio a fare tutto?”

Ma:
“voglio continuare a vivere così?”

Per me è stato un passaggio enorme.

Perché mi ha costretta a guardare non solo quanto fossi capace di fare, ma anche quanto fossi presente dentro la mia vita.

E sono due cose molto diverse.

Puoi essere efficientissima e sentirti completamente svuotata.
Puoi gestire tutto alla perfezione e non ricordarti più cosa ti accende davvero.
Puoi fare mille cose giuste e sentirti comunque distante da te stessa.

La verità è che l’efficienza non può essere l’unico parametro con cui misurare una vita.

Perché una vita sostenibile non è una vita in cui riesci semplicemente a reggere tutto.

È una vita dentro cui riesci anche a respirare.

A sentirti presente.
A sentire che esisti anche oltre ciò che fai per gli altri.

E no, questo non significa mollare tutto e trasferirsi in una casetta in mezzo ai boschi con tre galline e un orto zen, anche se certe giornate l’idea sembra molto convincente 😄

Significa iniziare a rimettere te stessa dentro la tua vita.

Non in fondo.
Non “quando c’è tempo”.
Non solo dopo aver sistemato tutto il resto.

Adesso.

Magari in modo piccolo.
Magari imperfetto.
Magari un pezzetto alla volta.

Ma presente.

Perché il punto non è diventare improvvisamente felici ogni secondo della giornata.

Il punto è smettere di vivere costantemente in modalità sopravvivenza.

E ricominciare, piano piano, a sentirti viva dentro quello che stai vivendo.

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