Il modo in cui ti parli conta più di quanto pensi

Anche se non vuoi sentirtelo dire

C’è una scena che vedo spesso, nelle donne con cui lavoro ma anche nella vita di tutti i giorni: giornate piene. Responsabilità ovunque. Tante cose fatte.
Eppure, alla fine della giornata, la sensazione è quella di non aver fatto abbastanza.

Ed è lì che parte la voce nella testa.

“Dovevo organizzarmi meglio.”
“Perché non riesco mai a fare tutto?”
“Gli altri ce la fanno.”

Se ti riconosci in queste frasi, è molto probabile che tu sia cresciuta con una forte idea del dovere. Magari sei quella affidabile, quella che tiene insieme le cose, quella su cui si può sempre contare.

Essere una “figlia del dovere” ha molti lati belli: responsabilità, impegno, serietà.
Il problema nasce quando questa attitudine si trasforma in una voce interiore troppo severa.

Una voce che non lascia spazio all’errore, alla stanchezza, alla complessità della vita.

La buona notizia è che quella voce non è la verità. È solo un modo in cui abbiamo imparato a parlarci. E si può cambiare.

Il dialogo interiore secondo la psicologia

In psicologia si parla spesso di dialogo interiore: l’insieme di pensieri che accompagnano continuamente le nostre giornate.

Uno dei primi studiosi a mettere in luce quanto questi pensieri influenzino il nostro benessere è stato Aaron Beck, fondatore della Cognitive Behavioral Therapy.

Il principio è semplice ma potente: non sono tanto gli eventi in sé a determinare come ci sentiamo, ma il modo in cui li interpretiamo.

Due persone possono vivere la stessa situazione e reagire in modo completamente diverso. Ciò che cambia è il pensiero che si attiva.Se davanti a un errore il pensiero è “sono incapace”, è facile che arrivino frustrazione e senso di colpa.
Se invece il pensiero diventa “non è andata come volevo, cosa posso imparare?”, lo spazio emotivo è completamente diverso.Non si tratta di pensare positivo a tutti i costi. Si tratta di imparare a riconoscere quando il nostro giudizio su di noi diventa più duro del necessario.

Perché siamo così severe con noi stesse?

Molte donne sono cresciute con messaggi molto chiari, anche se non sempre espliciti.

Bisogna impegnarsi. Bisogna fare bene. Non bisogna deludere.

Col tempo queste idee diventano una specie di bussola interiore.
Il problema è che, se non stiamo attente, quella bussola può trasformarsi in un giudice.

Capita così di parlare a noi stesse in un modo che non useremmo mai con una persona a cui vogliamo bene.

Se un’amica ci dicesse “ho sbagliato tutto, sono un disastro”, probabilmente le risponderemmo con molta più comprensione di quanta ne riserviamo a noi stesse.

Le ricorderemmo che sta facendo del suo meglio, che le giornate difficili capitano, che un errore non definisce il valore di una persona.

La domanda allora diventa inevitabile: perché quella stessa gentilezza facciamo così fatica a rivolgerla verso di noi?

L’importanza dell’auto-compassione

Negli ultimi anni la ricerca psicologica ha dato molta attenzione al tema dell’auto-compassione, grazie soprattutto al lavoro della psicologa Kristin Neff, autrice del libro Self-Compassion.

Uno dei risultati più interessanti dei suoi studi è che trattarsi con maggiore gentilezza non rende le persone meno motivate o meno responsabili. Al contrario.

Le rende più resilienti.

Quando una persona riesce a riconoscere un errore senza distruggersi con il giudizio, ha più energia mentale per capire cosa non ha funzionato e per riprovarci.

L’auto-compassione si basa su tre elementi fondamentali.

Il primo è la gentilezza verso se stesse: parlare a se stesse con rispetto invece che con durezza.
Il secondo è il riconoscimento della comune umanità: ricordarsi che sbagliare, stancarsi, sentirsi sopraffatte fa parte dell’esperienza umana.
Il terzo è la consapevolezza: osservare i propri pensieri e le proprie emozioni senza ignorarli ma neppure amplificarli.

In altre parole, imparare a stare dalla propria parte.

Cambiare mentalità per cambiare il dialogo interiore

Un altro contributo interessante arriva dalla psicologa Carol Dweck, autrice del libro Mindset.

Dweck distingue tra mentalità fissa e mentalità di crescita.

Con una mentalità fissa ogni errore viene interpretato come una prova di incapacità.
Con una mentalità di crescita, invece, gli errori diventano informazioni utili per migliorare.

Questa differenza sembra sottile ma cambia completamente il modo in cui ci parliamo.

Nel primo caso la voce interiore tende a essere giudicante.
Nel secondo diventa più curiosa, più aperta, più orientata all’apprendimento.

Ed è proprio questo passaggio che può rendere il dialogo interiore più equilibrato e sostenibile.

Tre piccoli passi per iniziare a parlarti in modo diverso

Cambiare il dialogo interiore non significa trasformarsi dall’oggi al domani. È più simile a un allenamento.

Si inizia con piccoli spostamenti di prospettiva.

Il primo passo è accorgersi dei pensieri automatici. Quando compare una frase come “non faccio mai abbastanza” o “avrei dovuto fare meglio”, prova semplicemente a notarla.

Il secondo passo è farti una domanda molto semplice: parlerei così a una persona a cui voglio bene?
Spesso la risposta è no. E questo già aiuta a ridimensionare la durezza del giudizio.

Il terzo passo è provare a riformulare quel pensiero con un tono più equilibrato. Non si tratta di negare la realtà, ma di trovare parole più giuste.

Invece di “sono un disastro”, può diventare “oggi è stata una giornata complicata”.
Invece di “non ce la faccio mai”, può diventare “questa cosa è più difficile di quanto pensassi”.

Sono piccole variazioni, ma nel tempo fanno una grande differenza.

Il cambiamento parte anche da qui

Molte donne pensano di poter essere più gentili con sé stesse solo quando avranno fatto abbastanza, raggiunto abbastanza, sistemato abbastanza cose.

In realtà funziona spesso al contrario.

Quando smettiamo di usare tutta la nostra energia per giudicarci, si libera uno spazio mentale prezioso.
Più lucidità. Più respiro. Più energia per scegliere davvero cosa conta.

Imparare a parlarsi con più rispetto non è un dettaglio. È una base.

Perché il modo in cui ci trattiamo dentro la nostra testa finisce per influenzare anche le decisioni che prendiamo, i limiti che mettiamo e la qualità della nostra vita.

E a volte il primo cambiamento possibile non è fare di più.
È iniziare a stare dalla propria parte.

Se senti che è arrivato il momento di ritrovare più tempo, spazio ed energie per te, puoi contattarmi per una call gratuita. Insieme lavoreremo per costruire un modo più sostenibile e gentile di vivere le tue giornate.

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