Chi sei quando smetti di reggere tutto

perché questa è la domanda che molte donne evitano come la peste

Per molto tempo ho pensato che la mia identità fosse abbastanza chiara.

Ero quella che reggeva tutto.
Quella affidabile.
Quella che risolve.
Quella.

Mi bastava che qualcuno dicesse “non so come fare” perché il mio corpo si mettesse automaticamente in modalità salvataggio, come se una parte di me si accendesse senza passare dal via, pronta, presente, quasi sollevata all’idea di essere utile, indispensabile, quella che “meno male che ci sei tu”.

E in quel ruolo io ci stavo bene, o almeno così mi raccontavo.

Sul lavoro, in famiglia, con gli amici, ero il punto fermo, il piano B, C e D di chiunque, quella che non si tirava indietro, quella che trovava una soluzione, quella che reggeva anche quando gli altri mollavano un po’ la presa.

Non avevo davvero bisogno di chiedermi chi fossi, perché il mondo sembrava avermelo già scritto addosso in modo abbastanza chiaro: sei forte, tu ce la fai sempre.

E io ci credevo.

Ci credevo così tanto da non accorgermi che, nel frattempo, avevo smesso di chiedermi come stessi dentro tutto questo.

Non se funzionava.
Non se era utile.
Proprio se stavo bene.

Poi, a un certo punto, quella versione di me ha iniziato a scricchiolare.

Non è successo come nelle storie drammatiche, con un crollo improvviso o una svolta evidente, ma in un modo molto più sottile, quasi fastidioso nella sua normalità.

Una stanchezza che non passava nemmeno dopo il riposo.
Un “va bene, ci penso io” che usciva automatico ma mi lasciava addosso una sensazione strana, come se stessi andando contro me stessa senza nemmeno accorgermene.
Un irritazione piccola, ma costante, per cose che prima avrei gestito senza pensarci due volte.

E poi, ogni tanto, qualcosa di più evidente.

Una lacrima che non sapevo spiegare in mezzo a una giornata qualunque.
Un senso di saturazione mentre tutto fuori continuava a funzionare perfettamente.

È lì che ho iniziato a farmi una domanda che fino a quel momento avevo sempre evitato.

Se smettessi di reggere tutto… chi sarei?

E non era una domanda filosofica, era una domanda molto concreta, quasi fisica, perché la sensazione era quella di non sapere più dove finiva il mio ruolo e dove iniziavo io.

Perché quando per anni ti identifichi con “quella che tiene insieme i pezzi”, è difficile anche solo immaginare di non farlo più.

E allora ne arriva subito un’altra, più scomoda ancora.

Se non fossi più quella affidabile, quella che non ha mai bisogno di nulla, quella su cui si può contare sempre… avrei ancora un posto nella vita degli altri?

E lì ho capito una cosa che non mi era mai stata così chiara prima.

Quanto fosse fragile un’identità costruita quasi interamente su ciò che faccio per gli altri.

E quanto poco spazio avessi lasciato, nel frattempo, a tutto il resto.

A ciò che sento quando non sto risolvendo niente.
A ciò che desidero quando non sto rispondendo a nessuno.
A ciò che mi rappresenta quando non sono in modalità “gestione emergenze”.

Perché la verità è che, se ti abitui a essere sempre quella forte, quella disponibile, quella che regge, piano piano diventa difficile anche solo riconoscere quando non lo sei.

E soprattutto diventa difficile concederti di non esserlo.

Non perché qualcuno te lo impedisca davvero, ma perché dentro di te si crea una specie di automatismo, una fedeltà silenziosa a quel ruolo che ti ha dato riconoscimento, valore, appartenenza.

Il punto è che a un certo punto quel ruolo inizia a occupare tutto lo spazio.

E tu resti un po’ fuori.

Non fuori dalla vita in senso drammatico, ma fuori da te stessa.

E questa è forse la cosa più difficile da spiegare.

Perché dall’esterno continui a funzionare, continui a esserci, continui a fare.

Ma dentro inizi a sentirti come se stessi vivendo sempre un passo laterale rispetto alla tua vita.

Non completamente dentro.
Non completamente fuori.
Ma da qualche parte nel mezzo, in una posizione che non hai scelto consapevolmente ma che, piano piano, è diventata la tua normalità.

Ed è lì che il “reggere tutto” smette di essere solo una qualità.

E inizia a diventare una domanda.

Non su quanto sei capace.

Ma su quanto spazio ti resta per essere altro.

Perché quando smetti di reggere tutto, non perdi te stessa.

Inizi finalmente a incontrarti.

E all’inizio, sì, può fare un po’ strano.

Perché non sei più definita solo da quello che fai per gli altri.

E devi imparare a stare in uno spazio nuovo, meno rigido, meno riconoscibile, ma molto più vero.

Uno spazio in cui non sei solo utile.

Sei presente.

E questo, per molte donne, è il vero punto di svolta.

Non diventare qualcuna di completamente diversa.

Ma smettere di essere solo una versione di te.


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