Quando un figlio o tua figlia, inizia a non piacersi, a guardarsi allo specchio con disagio o a evitare situazioni in cui il corpo è esposto, molti genitori pensano si tratti di una fase passeggera. In parte può esserlo, ma ridurre tutto a un momento evolutivo rischia di far perdere di vista quanto il rapporto con il corpo sia profondamente intrecciato con l’identità, con il senso di valore personale e con il modo in cui ci si sente visti dagli altri.
Il corpo, fin dall’infanzia, non è solo qualcosa che “si ha”, ma qualcosa attraverso cui si esiste nella relazione. È lo sguardo dell’altro che, nel tempo, contribuisce a costruire lo sguardo su di sé. Per questo motivo, quando un ragazzo o una ragazza esprimono insicurezza corporea, raramente stanno parlando solo di estetica: stanno dicendo qualcosa di più ampio, spesso difficile da nominare.
In terapia, queste storie emergono con chiarezza e profondità. Emanuela, per esempio, ha 23 anni ed è una giovane donna che, agli occhi di chiunque la incontri, appare oggettivamente molto bella. Eppure, nella sua esperienza interna, questa evidenza non esiste. Non riesce a vedersi così, non riesce a sentirlo vero. Racconta di una madre molto attenta all’immagine, che fin da piccola sottolineava le differenze tra lei e le sue amiche: “loro sono più curate”, “loro hanno qualcosa in più”, “tu potresti migliorare”. Non erano critiche esplicite o violente, ma osservazioni continue, sottili, che nel tempo hanno costruito un filtro percettivo rigido. Oggi Emanuela non si sente mai “abbastanza”: ogni dettaglio del suo aspetto diventa motivo di autocritica. Il punto non è lo specchio, ma lo sguardo interiorizzato che la accompagna costantemente.
Una storia diversa, ma con alcune risonanze, è quella di Mattia, 19 anni. Il suo rapporto con il corpo è segnato da un bisogno incessante di correggere, perfezionare, trasformare. Già a 15 anni aveva iniziato a sperimentare con il trucco, a modificare il proprio stile, a cercare un’immagine che potesse finalmente soddisfarlo. A 18 anni ha fatto ricorso a botulino e acido ialuronico, convinto che piccoli interventi potessero colmare quel senso di inadeguatezza che lo accompagna da tempo. Eppure, anche dopo questi cambiamenti, lo sguardo su di sé resta implacabile. Manca ancora e sempre qualcosa da perfezionare, qualcosa da rimpolpare, da rivedere.
Nel suo racconto emerge con forza la figura paterna, vissuta come fonte di ansia e paura. Un padre molto preoccupato per le malattie, per lo sporco, per i virus, che ha trasmesso un’idea del corpo come qualcosa di fragile, esposto, costantemente a rischio. Quando qualcuno gli dice che gli assomiglia, Mattia prova un forte disagio, quasi un rifiuto identitario. Il corpo diventa allora anche il luogo da cui prendere distanza da quella figura.
La madre rappresenta per lui una presenza più accogliente, ma non priva di ambivalenze. Quando escono insieme, capita che gli faccia notare gli sguardi degli altri: “forse ti guardano perché sei conciato così”. Anche se non necessariamente mosse da cattive intenzioni, queste osservazioni lo fanno sentire esposto, giudicato, profondamente solo. La sua reazione è spesso la rabbia, ma sotto c’è un vissuto di incomprensione e isolamento.
Giulia non ama il mare, non ama la piscina “non esiste che io mi mostri in costume”. Eppure ha avuto parecchie storie, serie e durature. Ma nulla passa attraverso il corpo. Le sue storie sono cerebrali, ancora un po’ infantili nonostante i suoi 21 anni. Se le si fa osservare che lei funziona, che ci sono ragazzi interessati, che si innamorano di lei, riduce tutto alla sua capacità di manipolarli.
Questi esempi mostrano come l’insicurezza corporea non nasca nel vuoto, ma si sviluppi all’interno di un contesto relazionale. I messaggi ricevuti, esplicitamente o implicitamente, costruiscono nel tempo una sorta di “voce interna” che continua a commentare, valutare, giudicare.
Per un genitore, uno degli aspetti più complessi è proprio questo: rendersi conto che non sono solo le parole dirette a influenzare il figlio, ma anche il clima emotivo, le aspettative, i piccoli commenti quotidiani, il modo in cui si parla di sé e degli altri. Frasi apparentemente innocue possono sedimentarsi e diventare criteri rigidi di autovalutazione.
Quando un figlio dice “non mi piaccio”, la tentazione è quella di rassicurare subito, di correggere quella percezione con un “non è vero”. Tuttavia, questo tipo di risposta, pur comprensibile, rischia di non incontrare davvero l’esperienza emotiva del ragazzo. Spesso è più utile fermarsi su ciò che sente, prima ancora di cercare di modificarlo. Dare spazio al racconto, mostrare interesse autentico, tollerare anche il disagio di non avere una soluzione immediata.
Allo stesso tempo, è importante lavorare su ciò che, nel quotidiano, contribuisce a mantenere un focus eccessivo sull’aspetto. Il linguaggio ha un peso significativo: commentare frequentemente il corpo, proprio o altrui, associare il valore personale all’immagine, fare confronti, anche in modo implicito, crea un contesto in cui l’estetica diventa centrale. Ridurre questo tipo di comunicazione non significa ignorare il corpo, ma restituirgli una dimensione più equilibrata.
Un altro elemento cruciale riguarda la possibilità di ampliare lo sguardo del figlio su di sé. Quando l’identità si restringe intorno all’aspetto fisico, ogni imperfezione diventa totalizzante. Aiutare a riconoscere altre dimensioni – competenze, interessi, capacità relazionali – permette di costruire un senso di sé più complesso e meno fragile.
È anche utile considerare il contesto esterno. I social media, ad esempio, espongono costantemente a modelli estetici spesso irrealistici, filtrati, costruiti. Parlare apertamente di questi meccanismi, senza demonizzarli ma nemmeno idealizzarli, può aiutare i ragazzi a sviluppare uno sguardo più critico e meno passivo.
In alcuni casi, l’insicurezza corporea è anche un modo per esprimere altro: difficoltà relazionali, paura del giudizio, bisogno di controllo, fatiche legate alla crescita. Per questo motivo, intervenire solo sul sintomo rischia di essere limitante. È importante chiedersi cosa sta comunicando quel disagio, quale funzione ha all’interno della vita del ragazzo e della dinamica familiare.
Dal punto di vista sistemico, il sintomo può essere letto come parte di un equilibrio più ampio. Non si tratta di individuare colpe, ma di comprendere come certe modalità relazionali possano contribuire, anche involontariamente, a mantenere la difficoltà. In questo senso, il lavoro con i genitori diventa fondamentale: non per “aggiustare” il figlio, ma per modificare il contesto in cui quel vissuto prende forma. Si deve tenere conto che tutto passa anche attraverso le generazioni, senza segnali espliciti. I non detti, ciò che è nascosto, taciuto a volte emerge nella generazione successiva.
Ci sono situazioni in cui è importante considerare un supporto professionale, soprattutto quando il disagio è intenso, persistente o associato ad altri segnali come ritiro sociale, cambiamenti significativi nell’alimentazione, umore depresso o comportamenti ossessivi. Intervenire precocemente può fare una grande differenza.
Accompagnare un figlio in questo percorso richiede pazienza e una certa disponibilità a mettersi in discussione. Non esistono parole perfette o strategie infallibili, ma esiste la possibilità di costruire una relazione in cui il ragazzo possa sentirsi visto e accettato anche nelle sue fragilità.
In una cultura che enfatizza costantemente l’immagine e la performance, la famiglia può rappresentare uno spazio diverso, in cui il valore della persona non è legato a uno standard estetico, ma riconosciuto nella sua complessità. È in questo spazio che, lentamente, può svilupparsi uno sguardo su di sé più gentile e più reali
Anche storie come quelle di Emanuela e Mattia, che sembrano cristallizzate in una sofferenza profonda, mostrano in terapia quanto sia ancora possibile costruire nuove narrazioni. Quando una madre impara a sospendere il confronto e a riconoscere la figlia per ciò che è, e non per ciò che “potrebbe essere”, qualcosa si muove. Quando un ragazzo come Mattia trova uno spazio in cui non sentirsi osservato, corretto o definito, ma semplicemente accolto, inizia lentamente a ridurre quella distanza così dolorosa da sé stesso.
……il corpo non come nemico, ma come strumento che può limitare o liberare, a seconda della consapevolezza con cui lo si vive!
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