La rabbia non è il problema. Lo so, suona strano. Siamo cresciuti pensando che la rabbia sia qualcosa da soffocare, da nascondere, da negare. Soprattutto in famiglia, dove "le brave persone non si arrabbiano". Ma la verità è che la rabbia è solo un'emozione. Umana, legittima, inevitabile. Il problema non è sentirla. Il problema è cosa ne facciamo quando arriva.
Perché la rabbia, quando esce male, ferisce. E in famiglia ferisce il doppio, perché colpisce le persone che amiamo di più, quelle con cui abbassiamo la guardia. È come se proprio perché ci sentiamo al sicuro, ci permettiamo di essere feroci. Di dire quelle cose che mai diremmo a un estraneo. Di usare un tono che ci vergogneremmo di usare con un collega. E poi, dopo, arriva quel senso di colpa che ti mangia dentro. "Perché l'ho detto così? Perché ho urlato?" Ma ormai le parole sono lì, nell'aria, e non puoi riprenderle.
Una mamma mi ha raccontato di quella volta in cui ha urlato a sua figlia: "Sei proprio come tuo padre!" Lo ha detto in un momento di rabbia, per ferire, e ci è riuscita. Ha visto gli occhi della ragazzina riempirsi di lacrime. E in quel momento ha capito che non stava parlando con sua figlia. Stava parlando con la sua rabbia irrisolta, con le sue frustrazioni, con tutto quello che aveva accumulato e mai detto davvero. La figlia era solo lì, nel posto sbagliato al momento sbagliato. Il bersaglio più facile.
Ecco, la comunicazione non violenta parte da qui: dal riconoscere che la rabbia è tua, non dell'altro. Tuo figlio non ti fa arrabbiare. Tuo figlio fa qualcosa, e tu ti arrabbi. Sembra una sottigliezza da poco, ma cambia tutto. Perché quando dici "mi fai arrabbiare", stai dando all'altro il potere e la colpa. Quando dici "mi sento arrabbiato", stai riconoscendo che quella rabbia è tua responsabilità. E quando qualcosa è tuo, puoi anche decidere come gestirlo.
Non sto dicendo che sia facile. Quando la rabbia ti sale, non hai il tempo di fermarti a fare analisi linguistiche. Vorresti urlare, sbattere porte, dire quelle parole taglienti che sai esattamente dove colpiscono. Ma c'è una differenza enorme tra "Sei un disastro, non combini mai niente di buono" e "Sono arrabbiato perché ho trovato di nuovo la tua stanza in disordine e mi sento non ascoltato quando ti chiedo di sistemarla". La prima è un'etichetta. La seconda è un'emozione. E le etichette rimangono appiccicate, le emozioni passano.
La comunicazione non violenta non significa non esprimere rabbia. Significa esprimerla in modo che l'altro possa ascoltarla senza doversi difendere. Perché quando attacchi, l'altro alza lo scudo. È automatico. E dietro quello scudo non arriva più nessun messaggio, solo rumore di battaglia.
Un padre mi ha detto una cosa che mi è rimasta impressa: "Ho capito che quando urlo a mio figlio, non gli sto dicendo quello che sento. Gli sto solo insegnando che questa è la nostra lingua. Urla contro urla. E poi mi lamento perché mi risponde male." Aveva ragione. I figli imparano più da come diciamo le cose che da cosa diciamo. Se vuoi che tuo figlio impari a esprimere le emozioni in modo sano, devi farlo tu per primo. Anche quando è l'ultima cosa che vorresti fare.
C'è una formula che aiuta, anche se all'inizio sembra meccanica. "Quando succede X, mi sento Y, perché ho bisogno di Z." Quando lasci i piatti sporchi, mi sento frustrato, perché ho bisogno di condividere le responsabilità della casa. Non è: "Sei il solito maleducato che non fa mai niente." È: "Ecco cosa provo, ecco perché lo provo." Lascia all'altro lo spazio per capire, invece che per difendersi.
E poi c'è l'altra parte, quella ancora più difficile: ascoltare la rabbia dell'altro senza sentirsi attaccati. Perché quando tuo figlio adolescente ti urla "Non capisci niente!", la tentazione è di rispondere: "Ah sì? E tu cosa ne sai della vita?". Ma se riesci — e lo so, è difficilissimo — a sentire oltre le parole, a cogliere il bisogno dietro la rabbia, forse scopri che non sta dicendo "sei stupido". Sta dicendo "ho paura che tu non mi veda davvero". E quello cambia la conversazione. Completamente.
Non diventeremo maestri zen da un giorno all'altro. Continueremo a sbagliare, a dire cose che non vorremmo, a perdere la pazienza. Ma forse, piano piano, possiamo imparare che la rabbia non deve diventare un'arma. Può essere solo un segnale. Che qualcosa non va, che un bisogno non è soddisfatto, che c'è qualcosa che deve essere detto — ma detto bene, detto in modo che arrivi.
Perché la rabbia urlata si dimentica. La rabbia ascoltata, quella, a volte, guarisce.
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