Come il genitore perfezionista trasmette insicurezza senza accorgersene

Fai respirare autonomia a tuo figlio

Qualche settimana fa arriva in studio una mamma. È precisa, attenta, molto presente. Di quelle che organizzano tutto, che non dimenticano nulla, che si fanno in quattro per fare le cose bene. Mi parla della figlia, nove anni: va bene a scuola, è educata, autonoma, “non dà problemi”. Eppure c’è qualcosa che la preoccupa. “Non è mai contenta”, mi dice. Se prende nove, si arrabbia perché non è dieci. Se fa un disegno, lo rifà più volte. Se sbaglia anche solo un dettaglio, si blocca. La domanda è diretta: “Non capisco da dove le venga”.

Le chiedo di raccontarmi una scena concreta. Mi descrive i compiti. La bambina finisce, le porta il quaderno, lei guarda, controlla, sistema. “Brava… però qui potevi stare più attenta”. “Questo rifallo così viene meglio”. “Dai che puoi fare di più”. Non c’è durezza, non c’è giudizio esplicito. C’è attenzione, c’è presenza, c’è anche affetto. Quando glielo faccio notare, mi risponde senza esitazione: “Ma io lo faccio per aiutarla”. Ed è vero. Il punto non è l’intenzione, è l’effetto che si costruisce nel tempo.

I bambini non ascoltano solo quello che diciamo, ma imparano da dove parte e dove si ferma il nostro sguardo. Se lo sguardo si appoggia sempre su quello che manca, su ciò che può essere migliorato, loro iniziano a fare la stessa cosa con sé stessi. Non vedono più quello che c’è, ma quello che non è ancora abbastanza. Quella bambina non è insicura perché qualcuno le ha detto che non vale, ma perché ha interiorizzato che il suo valore è sempre legato a un passo in più, a una correzione, a una versione migliore di sé.

Questo non è solo quello che osserviamo in studio. Negli ultimi anni diverse ricerche hanno iniziato a dirlo in modo molto chiaro. Uno studio pubblicato sul Journal of Child and Family Studies ha mostrato come i figli di genitori con alti livelli di perfezionismo tendano a sviluppare più facilmente ansia e paura dell’errore, non tanto per ciò che viene detto in modo diretto, ma per il clima implicito che si respira in casa. Un altro lavoro condotto dalla York St John University ha evidenziato come il cosiddetto “perfezionismo socialmente prescritto” — cioè la percezione di dover essere perfetti per essere accettati — sia in forte aumento tra i giovani, e abbia una correlazione significativa con ansia, insicurezza e senso di inadeguatezza.

Quello che colpisce è questo: i ragazzi non riportano tanto “i miei genitori mi criticavano”, ma “sentivo che dovevo fare meglio”. È una differenza sottile, ma decisiva. Perché significa che il messaggio non passa per forza attraverso parole dure, ma attraverso una costante tensione verso qualcosa che non è mai abbastanza.

A un certo punto le faccio una domanda semplice: “Quando è stata l’ultima volta che le hai detto ‘va bene così’ senza aggiungere nulla dopo?”. Si ferma. Non perché non le voglia bene, ma perché per lei dire “va bene così” è come fermare la crescita, abbassare l’asticella, rinunciare a tirare fuori il meglio. E qui sta l’equivoco. Pensiamo che i figli crescano quando li spingiamo continuamente oltre, ma in realtà crescono quando sentono che esiste uno spazio in cui non devono dimostrare nulla per essere a posto.

Qualche giorno dopo torna e mi dice: “Ci ho fatto caso, ogni volta che le dico brava aggiungo sempre qualcosa”. Non è un cambiamento enorme, ma è un punto di consapevolezza importante. Perché il perfezionismo non si trasmette attraverso grandi errori educativi, ma attraverso queste micro-correzioni costanti, questi “però” infilati dentro anche nei momenti positivi, questa fatica a fermarsi e riconoscere ciò che c’è già.

Se allarghi lo sguardo, inizi a vedere lo stesso schema anche altrove. Bambini che non vogliono più provare cose nuove per paura di sbagliare, ragazzi che procrastinano perché non si sentono mai pronti, figli che funzionano benissimo fuori e crollano dentro: non è mancanza di capacità, è paura di non essere all’altezza. E quella paura, molto spesso, non nasce da un giudizio esplicito, ma da uno standard implicito che si è costruito nel tempo.

E allora la domanda cambia. Non è più “come faccio a far crescere mio figlio al meglio”, ma “esiste uno spazio nella nostra relazione in cui mio figlio può smettere di migliorare e sentirsi comunque a posto?”. È in quello spazio che si costruisce la sicurezza. Non quando tutto è perfetto, ma quando non serve esserlo per sentirsi riconosciuti.


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