Anna, una mia paziente, mi manda un messaggio vocale in un momento di crisi emotiva. Non è successo “niente” di eclatante, dice, eppure tutto è successo. È chiusa in casa da giorni con i figli malati, febbre alta, visite pediatriche, terapie da seguire con precisione. Lei stessa è debilitata, reduce da un’influenza e da un secondo ciclo di antibiotici. Il padre dei bambini è passato a vederli “quando poteva”, per evitare il contagio, lasciando a lei la gestione totale. Quando finalmente accompagna i figli a casa del padre, entra per la prima volta in quella che ormai è “la sua nuova casa” dopo la separazione: una casa senza tracce dei bambini, piena invece dei segni di una nuova vita, di una nuova donna. Una foto vicino al citofono, impossibile da non vedere, sancisce una realtà che fino a quel momento era rimasta più astratta: lui si è rifatto una vita. Lei pensa di essere rimasta sola, è madre al 100% . In realtà Anna ha un compagno, ma non riesce a viverlo integralmente.
Anna piange non tanto per l’uomo in sé – “non tornerei mai con lui” – ma per ciò che quella scena rappresenta: la sensazione di essere stata messa da parte, di essere uscita non solo dalla vita di coppia, ma da una forma di appartenenza. Piange perché lui sembra vivere una vita “intera”, mentre la sua sembra ridursi a una funzione. Piange perché, anche se razionalmente sa che la separazione era necessaria, emotivamente si sente ancora intrappolata in quel legame.
Ho scritto di Anna, ma potrei parlare di molte altre storie simili a questa.
Nel frattempo la nuova compagna dell’ex marito entra presto in scena, diventando una presenza ingombrante per l’ex moglie. Emergono paure profonde: essere rimpiazzate non solo come partner, ma anche come madri; che si formi un nuovo nucleo familiare “perfetto” dal quale sentirsi escluse. Nasce una sorveglianza costante: domande ai figli al loro rientro dal tempo trascorso con il padre, confronti continui, un’attenzione quasi ossessiva alla vita dell’altro. “Con me non faceva così”. “Diceva che odiava il mare”, “ ma la persona che ho conosciuto è questa di ora o quella che è stata con me”. Come se ogni gesto fosse una riscrittura dolorosa della storia comune.
Entrare in una separazione significa addentrarsi in una realtà che si impara a conoscere piano piano e che porta a confrontarsi duramente con se stessi: perché lui è riuscito a rifarsi una vita ed io no?
Il lavoro terapeutico iniziale è spesso quello di tentare di spostare lo sguardo: meno centrato sulla vita dell’altro, più orientato alla propria. Non è semplice. Razionalmente si comprende che tutto può cambiare, che è possibile rilanciare la propria vita, riprendere passioni messe da parte. Ma la parte emotiva resta agganciata al confronto, al vissuto di esclusione, al dolore di sentirsi scartati. Liberarsi da questo non è un lavoro nè immediato né lineare.
Liberarsi non significa smettere di amare o cancellare il passato. Significa sciogliere una dipendenza emotiva, smettere di affidare all’altro – e alla coppia – il senso della propria esistenza. Molti dicono: “Non tornerei mai con lui/lei”, ma allo stesso tempo rimpiangono la struttura familiare, il sentirsi “al posto giusto”, protetti da un ruolo. La solitudine che emerge non è solo affettiva, è identitaria.
È una solitudine che affonda le radici nella nostra cultura: nel valore attribuito alla famiglia, nei nostri ruoli, nei modelli interiorizzati. Alcuni raccontano delle proprie famiglie d’origine, solide, motivo per cui sentono addosso il giudizio, esplicito o implicito, di non essere al contrario riusciti a “tenere insieme” un matrimonio.
La solitudine post separazione, allora, non è semplicemente l’assenza di un partner. È il lutto per una forma di sé, per un progetto di vita, per un’appartenenza. Riconoscerla, legittimarla e accompagnarla è il primo passo perché possa trasformarsi, lentamente, in uno spazio nuovo, abitabile, non più definito solo da ciò che è stato perso.
Stefano è in terapia da circa un anno. Non è intrappolato tanto nel suo matrimonio, quanto in ciò da cui non riesce a emanciparsi. Prende tempo, rimanda, lascia scorrere. Sposta il problema con una cena, una vacanza, un’uscita. Poi rientra a casa e ritrova tutto esattamente com’era prima. Racconta che se se ne andasse, perderebbe la quotidianità della casa che ha costruito: le abitudini, l’albero di Natale, il sapere dove sono le cose. Riconosce anche una certa comodità: trovare tutto pronto, non doversi occupare di sé fino in fondo.
Si chiede come sarebbe vivere da solo. In realtà non lo sa: non ha mai vissuto da solo, è passato da una relazione importante a un’altra. La separazione, per lui, ha un significato solo negativo. I figli sono grandi e da tempo vedono tutto, al punto da chiedersi perché i genitori stiano ancora insieme. La moglie lo provoca: “Cosa ci fai qui, perché non te ne vai?”, una frase ripetuta che però non produce movimento. Fino a poco tempo fa non c’era un ri-scegliersi, ma nemmeno un lasciarsi.
La solitudine di Stefano è una solitudine anticipata, temuta, evitata. È la paura del vuoto, del silenzio, dell’assenza di una cornice che tenga insieme la sua identità. È una solitudine che blocca, che immobilizza, che tiene sospesi.
Un giorno, dopo un lungo silenzio in seduta, dice quasi cercando approvazione: “Ho provato a chiedere a un amico che ha un’agenzia immobiliare se mi propone qualche appartamento. Magari mi si muove qualcosa dentro”. In quella frase c’è tutto: il timido tentativo di immaginarsi altrove, il bisogno di sentire qualcosa che rompa l’immobilità, la speranza che un piccolo gesto possa sbloccare ciò che emotivamente è fermo.
La solitudine, allora, attraversa entrambe le sponde della separazione. C’è chi resta e chi se ne va, chi è solo dopo e chi è solo prima. Riconoscerla, ascoltarla e darle parola è spesso il primo passo perché smetta di essere una prigione e diventi, lentamente, uno spazio trasformabile.
Due esempi che racchiudono le diverse sfacettature della separazione. Le paure anticipatorie e i vissuti del post di cui non si era a conoscenza.
Auguro a chi attraversa una separazione di potersi sperimentare nello spazio che segue il dolore e di trasformarlo in una nuova leggerezza. Di non vivere più la solitudine come mancanza , ma come la possibilità di libertà, non in opposizione alla relazione, ma come passaggio necessario quando si sceglie di andare oltre.